|
|
|
Termoablazione delle lesioni epatiche
|
|
|
|

L'impiego della termoablazione nella terapia dei tumori del fegato, sfrutta
la necrosi coagulativa che viene determinata dal calore, dopo pochi minuti di
esposizione a temperature superiori ai 60° C (tra i 70° e i 95° C). Oltre i 100° C si verificano invece fenomeni di evaporazione e carbonizzazione che limitano la trasmissione dell'energia termica e la conseguente estensione dell'area della necrosi. Possono essere utilizzate diverse fonti d'energia, quali le onde a radiofrequenza, le microonde e il laser, introducendo un ago elettrodo (o una fibra laser) direttamente all'interno della massa neoplastica.
Tra le varie tecniche di termoablazione, la più utilizzata è quella che impiega le radiofrequenze come sorgente di energia termica. Si utilizzano generatori con una frequenza di 450-500 kHz., ai quali è collegato un elettrodo attivo, rappresentato dall'estremità dell'ago che viene infisso sotto guida ecografica, per via percutanea, all'interno della lesione epatica, mentre l'elettrodo dispersivo è costituito da una piastra che aderisce alla superficie cutanea della coscia o del dorso.
Il paziente viene sottoposto ad una blanda sedazione, mentre l'anestesia generale risulta necessaria in presenza di lesioni di grandi dimensioni o di un'elevata sensibilità al dolore.
Al fine di limitare la dispersione del calore attraverso il flusso ematico, viene frequentemente associata l'occlusione del flusso arterioso mediante l'embolizzazione dell'arteria segmentaria o subsegmentaria.
Nel caso di lesioni di dimensioni maggiori, che richiedono più posizionamenti dell'ago, questo viene inserito inizialmente nelle porzioni più profonde della lesione e, successivamente, nella parte più superficiale del tumore, per evitare che le modificazione determinate dalla terapia ostacolino la corretta visualizzazione delle porzioni residue della massa da trattare.
La valutazione dell'efficacia del trattamento viene effettuato dopo una decina di minuti, utilizzando un mezzo di contrasto ecografico, capace di rilevare l'estensione dell'area di necrosi ed eventuali zone di tessuto tumorale residuo, qualora il trattamento sia stato incompleto. Una TC effettuata dopo un mese confermerà il risultato ottenuto e sarà poi utilizzata per rilevare eventuali recidive ogni tre/sei mesi.
La metodica ha un'elevata efficacia nei noduli di piccole dimensioni che però si riduce per lesioni superiori ai 3 cm, con un'incidenza di complicanze minori e maggiori che risulta più elevata rispetto all'alcolizzazione.
Ciononostante la termoablazione mediante radiofrequenza è una tecnica efficace nel trattamento del piccolo nodulo di HCC, con il vantaggio rispetto all'alcolizzazione di consentire il trattamento di noduli di dimensioni fino a 3 cm, in una singola seduta. Al momento attuale non è però dimostrata una evidente superiorità della termoablazione rispetto all'alcolizzazione, che deve essere ancora oggi considerata la tecnica di riferimento per il trattamento locoregionale del piccolo tumore del fegato.
|
|
|