A ciascuno di noi è probabilmente capitato di osservare
lo sviluppo di una cicatrice dopo una ferita della pelle.
Si sarà osservato come il tipo e l'aspetto della cicatrice
dipendano non solo dal tipo di ferita, la presenza di complicanze
(per esempio un'infezione), il tempo necessario per la rimarginazione,
ma anche dalla risposta individuale del soggetto. Se la pelle
è il tessuto che più facilmente si osserva nella
quotidianità, altri tessuti "interni" rispondono
in maniera simile a "ferite" che vengano loro inferte.
La capacità di un tessuto di rispondere ad un fattore
dannoso, cioè ad una "ferita", si è
sviluppato nell'evoluzione, ma in alcuni casi il processo
di "guarigione della ferita" può portare
ad una cicatrizzazione anomala e/o eccessiva (cioè
alla fibrosi) anche se lo stesso processo si è evoluto
con un significato protettivo. Le "ferite" al fegato
possono essere prodotte da molti fattori. Si pensi per esempio
ad un soggetto che assuma un farmaco tossico per il fegato,
che beva occasionalmente una quantità eccessiva di
alcool, o che contragga una epatite virale acuta (per esempio
l'epatite "A"). Attraverso meccanismi diversi, tutti
questi fattori determineranno la morte di un certo numero
di cellule "nobili", innescando una reazione da
parte dell'organismo (Figura 2).
In primo luogo il fegato diviene sede di infiammazione, perché
dal sangue giungeranno cellule (globuli bianchi) che hanno
il compito di neutralizzare, se possibile, l'agente che ha
scatenato il danno, ed anche di "ripulire" il tessuto
dai detriti delle cellule morte. L'infiammazione è
quindi un processo necessario per la corretta guarigione del
tessuto e non deve essere visto necessariamente come un fattore
negativo. A questo punto si ha una modificazione della matrice
extracellulare da parte dei "miofibroblasti", cellule
non parenchimali che colmano i vuoti lasciati dalle cellule
distrutte con nuova matrice. Questo evento è necessario
non solo per impedire il "collasso" meccanico del
tessuto, ma anche per stabilire l'ambiente più idoneo
alla rigenerazione delle cellule nobili. Una volta che l'agente
che ha causato il danno sia stato neutralizzato o che la sua
azione tossica si sia esaurita, i passi successivi sono rappresentati
dalla rigenerazione delle cellule parenchimali, gli epatociti,
che ripopolano il tessuto riportandolo alla sua struttura
e funzione originarie, e dal ritorno della matrice alle sue
caratteristiche normali. Da questo di vede come il processo
di "guarigione della ferita" a livello del fegato
sia importante per permettere il ripristino dell'architettura
e della funzione del tessuto.
Le cose cambiano qualora il danno al tessuto non sia "acuto"
ovvero limitato nel tempo, ma si tratti di un danno "cronico".
In questo caso infatti la corretta coordinazione delle varie
fasi del processo di guarigione della ferita viene persa e
si avrà la contemporanea presenza di morte cellulare,
infiammazione (definita in questo caso cronica), deposizione
di matrice e tentativo di rigenerazione delle cellule parenchimali
(Figura 3).
Questa condizione permane nel tempo poiché l'elemento
che causa il danno non scompare, senza consentire una corretta
guarigione della ferita. In questo contesto, la matrice extracellulare
non viene riassorbita, ma continua ad accumularsi nel tempo
determinando il presupposto per lo sviluppo di fibrosi. Inoltre
i tentativi di rigenerazione delle cellule nobili avvengono
in un ambiente non idoneo, e conducono allo sviluppo di noduli
che comportano, nel corso degli anni, un rischio di trasformazione
neoplastica dando origine al tumore primitivo del fegato.
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