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Il virus dell'epatite BStudi epidemiologici, clinici e sperimentali associano
il CE all'infezione cronica con HBV. Infatti, l'incidenza di CE
è particolarmente alta nelle aree geografiche con maggior
prevalenza di HBV come Africa, Sud Pacifico ed Asia. A Taiwan, il
rischio di tumore nei maschi cronicamente infettati con HBV è
102 volte superiore a quello dei non portatori (4). La stretta associazione
tra HBV e tumore è stata confermata anche in Nord America
dallo studio dei nativi d'Alaska, nei quali l'incidenza annuale
di tumore era 378 per 100.000 maschi (5). Lo stesso vale per lo
studio dei portatori cronici di HBsAg in Toronto che dimostravano
una incidenza annuale di CE di 470 (6). Il nesso patogenetico tra
HBV e CE è rinforzato dello studio di vaccinazione in Taiwan
dove è stata dimostrata una riduzione dell'incidenza di CE
nei bambini sottoposti a vaccinazione di massa contro HBV (7). L'età
di infezione è il maggior fattore di rischio nello sviluppo
del tumore HBV-correlato, poiché l'infezione precoce ha elevate
probabilità (>50%) di sviluppare epatite cronica. Il potenziale
carcinogenico dell'infezione neonatale e perinatale con HBV è
chiaramente confermato dal modello woodchuck di infezione con virus
epatitici che sono simili a quelli che sostengono l'infezione umana
(8). L'HBV è quindi il più importante epato-carcinogeno
nei Paesi asiatici e africani, dove gli elevati tassi di endemia
sono mantenuti dall'infezione neo e perinatale, rispetto ai Paesi
occidentali, nei quali epatite C ed abuso di alcool sono i maggiori
fattori di rischio per CE (9). Il rischio di CE è ulteriormente
incrementato nei pazienti con lunga infezione e con severo danno
epatico. Infatti, l'incidenza annuale di tumore è circa 0,3%
nei portatori HBV non selezionati, mentre è decisamente maggiore
(1,5-6,6 %) nei pazienti con cirrosi compensata (Tabella 2). In
Africa ed Asia dove l'infezione HBV coincide anche con l'esposizione
ad un altro agente oncogenico, cioè l'aflatossina alimentare,
il tumore si sviluppa precocemente anche in pazienti con fegato
non cirrotico.
L'effetto carcinogenico dell'HBV risiede in meccanismi di infiammazione
cronica, aumentata proliferazione epatocellulare, integrazione di
sequenze geniche virali nel DNA delle cellule epatiche dell'ospite,
ed attività di specifiche proteine virali che interagiscono
con geni epatocellulari (18). In linea di principio, la trasformazione
degli epatociti da cellule quiescenti in cellule replicanti, è
un evento di fondamentale importanza che predispone allo sviluppo
di tumore (19). Il ciclo cellulare può essere attivato indirettamente
dalla proliferazione compensatoria delle cellule epatiche in risposta
alla infiammazione e necrosi epatocitaria o può essere stimolato
direttamente dalla espressione di singoli o più geni cellulari
modificati dal virus. Questo ultimo evento è bene documentato
nel topo transgenico che dimostra sovraespressione dei geni c-myc,
c-ka-ras e c-ki-ras a seguito della attivazione ad opera dell'inserzione
di sequenze DNA del virus B adiacenti (20). Il tumore si sviluppa
in topi transgenici per il gene x dell'HBV, capace di transattivare
promotori cellulari e virali. Probabilmente l'accumulo di proteine
codificate dal gene x stimola la proliferazione degli epatociti.
L'incontrollata proliferazione degli epatociti causata dal gene
x del virus vince i meccanismi protettivi rappresentati dalla apoptosi
cellulare (21), mentre altri geni dell'HBV stimolano la carcinogenesi
epatica. Infine il tumore può risultare dall'integrazione
del genoma virale nelle cellule ospiti epatiche e dalle conseguenti
lesioni al DNA cellulare. In rari casi, il DNA virale si integra
vicino a geni che regolano la crescita cellulare, come il gene della
ciclinaA o dei recettori dell'acido retinoico. Nella maggioranza
dei casi, invece, l'HBV-DNA si integra in modo casuale, suggerendo
che l'integrazione del virus non causa mutagenesi inserzionale (22).
Il virus dell'epatite
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