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Ferruccio
Bonino, Filippo Oliveri* e Maurizia Rossana Brunetto*
Direzione Scientifica, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano,
IRCCS
*U.O. Gastroenterologia ed Epatologia, Ospedali Riuniti di S. Chiara
- Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana.
Via F. Sforza 28 - 20122 Milano
e-mail: bonino@med-club.com
Introduzione
Il tumore primitivo del fegato o carcinoma epatocellulare (epatocarcinoma.
hepatocellular carcinoma, HCC) costituisce l'ottava neoplasia più
frequente a livello mondiale. Negli ultimi decenni l'incidenza di
epatocarcinoma ha registrato un incremento progressivo e proporzionalmente
superiore a quella della cirrosi epatica. Ciò è principalmente
dovuto all'affinamento delle tecniche diagnostiche e al prolungamento
della vita del paziente cirrotico, che rappresenta il soggetto con
il maggior rischio di sviluppare l'HCC. In questo articolo verrà
considerato il ruolo dell'infezione da virus dell'epatite B sulla
patogenesi dell'epatocarcinoma, sul comportamento biologico-clinico
della neoplasia e sulle scelte strategiche per la prevenzione ed
il trattamento del singolo malato.
Eziopatogenesi
L'epatocarcinogenesi e` un processo multifasico che comporta profonde
alterazioni a carico del genoma cellulare (1-2) e in cui si possono
individuare almeno tre momenti principali: induzione, promozione
e progressione (3-5). Nella prima fase (induzione), la trasformazione
maligna dell'epatocita e` causata da mutazioni genetiche indotte
da un agente iniziante chimico (es. aflatossine, farmaci) o virale
(il virus dell'epatite B, HBV) oppure secondarie ad un aumentato
turnover cellulare. Tali mutazioni determinano una alterata espressione
di alcuni proto-oncogeni (ras, myc, fos) e conseguentemente una
disregolazione del ciclo cellulare (6-9). Tali modificazioni cellulari
sono irreversibili, ma le cellule interessate possono essere rimosse
dal fegato attraverso l'apoptosi (10). La seconda fase (promozione)
consiste nella proliferazione delle cellule trasformate, che richiede
la presenza di uno stimolo continuo o ripetuto, come ad esempio
la persistenza del danno necro-infiammatorio cronico (epatite cronica)
associata alla rigenerazione (cirrosi) (11). La promozione della
neoplasia è contrastata attraverso l'interferenza di ormoni
sessuali, citochine, enzimi (es. l'ornitindecarbossilasi, ODC) o
cicline (coinvolte nella proliferazione cellulare) (12-13). La progressione
della carcinogenesi fino alla manifestazione clinica della neoplasia
è dovuta all'espansione clonale delle cellule neoplastiche,
mediata da fattori di crescita (IGF-2, TGF- , TGF- ) e favorita
da ulteriori mutazioni genetiche coinvolgenti geni tumor suppressor
come la p53 (14-18) (Figura 1).
Vi sono ormai molteplici evidenze epidemiologiche, studi di biologia
molecolare e sul modello animale che dimostrano un ruolo diretto
del virus dell'epatite B nell'epatocarcinogenesi. L'HBV puo` indurre
mutagenesi e quindi trasformazione neoplastica degli epatociti infetti
attraverso diversi meccanismi, sia in cis che in trans. L'integrazione
dell'HBV-DNA nel DNA cromosomiale, che avviene in siti discreti
e variabili, puo` causare delezioni, ri-arrangiamenti cromosomiali
o alterazioni di geni coinvolti nella regolazione della proliferazione
e della differenziazione cellulare; l'integrazione virale può
inoltre verificarsi in corrispondenza o presso proto-oncogeni (nel
woodchuck è stata dimostrata l'integrazione presso il gene
myc) (19-22). L'HBV-DNA contiene inoltre sequenze che codificano
per proteine in grado di transattivare geni cellulari: sequenze
delle regioni Pre-S/S troncate e della regione X (23-24). I geni
(Open Reading Frame, ORF) relativi a queste proteine , con attività
spesso transattivante sono mantenuti integri nei minicromosomi (HBV-DNA
superspiralizzato, ccc-DNA) anche in epatociti di soggetti con pregressa
infezione da HBV. Infine sequenze di HBV-DNA sono state individuate
anche in epatocarcinomi insorti in pazienti negativi per tutti i
marcatori sierologici di infezione da HBV, suggerendo un ruolo occulto
dell'infezione da HBV nella patogenesi dell'HCC anche in questi
soggetti (25-26). Il virus dell'epatite C (HCV), essendo causa di
epatite cronica e cirrosi, interviene sicuramente nella fase di
promozione dell'epatocarcinogenesi stimolando indirettamente la
proliferazione epatocellulare. E' possibile inoltre che l'HCV possa
stimolare direttamente la proliferazione: è stata infatti
riportata l'associazione tra replicazione dell'HCV ed espressione
di TGF-? e ILGF II nel fegato cirrotico (27). Non vi sono invece
ancora dati sufficienti a dimostrare che l'HCV possa avere un ruolo
diretto nella fase di induzione, quale agente in grado di trasformare
gli epatociti in cellule neoplastiche. In effetti negli ultimi anni
diversi autori hanno riportato dati sperimentali che suggeriscono
una diretta partecipazione dell'HCV nel processo oncogenetico attraverso
proprie proteine strutturali e non strutturali. Esperimenti in vitro
hanno dimostrato che la proteina core dell'HCV è in grado
di trasformare fibroblasti interagendo con l'oncogene ras (28),
di sopprimere l'espressione di alcuni geni, di modificare la suscettibilità
delle cellule in coltura ai mediatori dell'apoptosi (29-32); infine
nel topo transgenico essa ha indotto lo sviluppo di HCC (33). Anche
per la proteina NS3 è stata dimostrata la capacità
di trasformare fibroblasti della linea NIH 3T3 (34). Tuttavia i
livelli di espressione delle proteine dell'HCV in questi modelli
sperimentali sono di gran lunga superiori a quelli usualmente osservabili
in vivo, per cui non è possibile valutare se tali attività
oncogenetiche siano realmente presenti durante l'infezione naturale
da HCV. Queste considerazioni e il fatto che la maggioranza dei
pazienti con infezione da HCV, cirrosi e epatocarcinoma sia anche
portatrice di marcatori del HBV suggersice che il virus che senza
dubbio ha l'impatto patogenetico maggiore sulla genesi del HCC sia
proprio l'HBV.
Il ruolo della cirrosi
La cirrosi epatica costituisce uno dei principali fattori di rischio
per HCC e si associa all'epatocarcinoma in circa il 90% dei casi
(almeno in Italia e nei paesi occidentali). La cirrosi è
definita come una fibrosi diffusa del fegato associata alla trasformazione
della normale architettura e vascolarizzazione epatica in noduli
rigeneranti con struttura e vascolarizzazione abnormi. I noduli
cirrotici contengono epatociti infetti da virus epatitici, cellule
infiammatorie che rilasciano linfochine ed altri mediatori che possono
contribuire allo sviluppo di cellule neoplastiche derivanti da differenti
linee cellulari. La cirrosi può svolgere un duplice ruolo
nel processo oncogenetico, sia come fattore inducente che come fattore
di promozione. Infatti, l'aumentato turnover cellulare secondario
al danno necroinfiammatorio cronico e alla conseguente rigenerazione
epatocitaria può contribuire direttamente ad aumentare la
frequenza di mutazioni genetiche spontanee e successivamente possono
selezionarsi cloni cellulari con caratteristiche di tipo neoplastico.
In secondo luogo la stimolazione della proliferazione di cellule
"iniziate" può promuoverne l'evoluzione verso la
neoplasia conclamata.
Ma da quali cellule origina l'HCC? Da epatociti maturi o da cellule
staminali (stem cells)? Molteplici studi di carcinogenesi chimica
nei ratti hanno indotto alcuni autori a concludere che l'HCC origina
dalla sdifferenziazione di epatociti maturi attraverso vari passaggi
(5, 35-38): le cellule che hanno perso la loro polarità epato-specifica
a causa della cirrosi rigenerano in modo anarchico e possono andare
incontro ad ulteriori modificazioni fenotipiche definite come displasia
epatocitaria, che possono preludere alla trasformazione neoplastica.
Esistono inoltre nel fegato cellule staminali (stem cells) che possono
dar vita alle due linee cellulari parenchimali del fegato: epatociti
e biliociti. Vi sono alcune evidenze che suggeriscono la possibilita`
che l'HCC origini dalla proliferazione clonale di tali cellule ovali
pluripotenti (39) (Figura 2).
Proliferazione cellulare ed eziologia
Il rischio effettivo di HCC nel malato con cirrosi varia in funzione
dell'eziologia della cirrosi, risultando ad esempio elevato in soggetti
con infezione da virus epatitici e basso in soggetti con cirrosi
biliare primitiva e malattia di Wilson. L'eziologia della cirrosi
influenza anche l'età di insorgenza dell'HCC: i pazienti
con infezione da HBV sviluppano infatti la neoplasia ad una età
più precoce rispetto ai pazienti con epatopatia di altra
eziologia <8circa 10-15 anni prima) ; la coinfezione da parte
del virus dell'epatite Delta, HDV, anticipa ulteriormente l'evento
neoplastico (40).
Differenti studi hanno dimostrato che il tasso di proliferazione
cellulare misurato nel fegato di soggetti con cirrosi epatica correla
con il rischio di sviluppare HCC: una più elevata attività
proliferativa si associa ad una più elevata incidenza di
HCC (41-44). Poiché la cirrosi interviene nel processo oncogenetico
attraverso l'aumento del turnover cellulare, nell'ipotesi che l'eziologia
della cirrosi influenzi tale meccanismo patogenetico, abbiamo analizzato
il rapporto tra eziologia e proliferazione cellulare epatocitaria
misurata attraverso l'analisi quantitativa degli AgNORs (silver
stained, Ag, Nucleolar Organizer Regions, NORs) in biopsie epatiche
ottenute da 4 coorti di 272 soggetti con epatopatia cronica (con
e senza cirrosi), parte dei quali hanno sviluppato HCC nel corso
del follow-up. L'indice di proliferazione dei soggetti con infezione
da HBV è risultato significativamente più elevato
di quello dei soggetti con infezione da HCV e di quelli HBsAg/anti-HCV
negativi, indipendentemente dalla presenza di cirrosi e dalla coinfezione
con HDV, sia nel sottogruppo di soggetti che avevano successivamente
sviluppato l'HCC che negli altri pazienti. Abbiamo quindi condotto
una ulteriore analisi per valutare l'impatto della pregressa esposizione
all'HBV (positività per anti-HBc) in un sottogruppo di soggetti
HBsAg negativi. Considerando tutti i pazienti o solo quelli che
non avevano sviluppato HCC, gli indici di proliferazione epatocitaria
erano simili nei pazienti anti-HBc positivi e in quelli anti-HBc
negativi. Tra i pazienti che avevano sviluppato l'epatocarcinoma,
invece, i valori di AgNORs risultavano più elevati in quelli
senza marcatori dell'HBV che nei soggetti anti-HBc positivi. Questi
dati suggeriscono che l'HBV, oltre ad essere un agente inducente,
può avere un ruolo addizionale come promotore dell'epatocarcinogenesi,
stimolando direttamente la proliferazione epatocitaria indipendentemente
dalla presenza di cirrosi. Possiamo perciò ritenere che la
pregressa infezione da HBV in soggetti anti-HBc positivi o con HBV-DNA
occulto svolga un ruolo trasformante particolarmente efficiente
e tale da portare allo sviluppo della neoplasia anche in assenza
di rilevanti stimoli proliferativi promuoventi, come viene suggerito
dal riscontro di bassi indici di proliferazione cellulare in questi
pazienti. Viceversa in pazienti non esposti in precedenza all'HBV
(anti-HBc e HBV-DNA negativi, con o senza infezione da HCV), l'assenza
di un agente inducente così efficiente potrebbe richiedere
una azione promozionale più consistente affinché si
sviluppi l'HCC, come suggerito dal riscontro di più elevati
indici di proliferazione in questi soggetti. Queste ipotesi sono
in accordo con lo studio retrospettivo multicentrico (riportato
più in dettaglio nei paragrafi successivi), che ha dimostrato
che il trattamento con interferone alfa riduce l'incidenza di epatocarcinoma
in soggetti con cirrosi epatica, ma solo nel sottogruppo di pazienti
con infezione da HCV e senza marcatori di pregressa infezione da
HBV (45). Se il ruolo oncogenetico dell'HCV è soprattutto
indiretto promozionale, mediato dalla necroinfiammazione e dalla
rigenerazione cirrotica, o diretto attraverso la stimolazione della
proliferazione epatocitaria, possiamo effettivamente spiegare perché
l'interferone riduca l'incidenza di epatocarcinoma nei pazienti
anti-HCV positivi / anti-HBc negativi attraverso la sua attività
antiproliferativa. Tale effetto può essere attenuato nvece
dal potenziale oncogenetico dell'HBV-DNA presente nei soggetti anti-HCV
positivi con pregressa infezione da HBV. Il ruolo della pregressa
infezione da HBV nell'oncogenesi dei soggetti con infezione da HCV
è dimostrato anche dall'evidenza che nei malati con epatopatia
cronica da HCV lo sviluppo del 'HCC è significativamente
più elevato nei malati anti-HBc positivi che in quelli anti-HBc
negativi (46). Vi sono alcuni dati che dimostrano come l'eziologia
della cirrosi e dell'HCC sia in grado di condizionare alcune caratteristiche
biologico-cliniche della neoplasia.
Gli epatociti normali e quelli iperplastici e neoplastici sono suscettibili
all'azione degli ormoni sessuali (47-50). In particolare l'epatocarcinoma
esprime recettori per gli estrogeni nel 50-100% dei casi; su questa
base da alcuni anni i farmaci anti-estrogeni sono stati proposti
ed utilizzati per il trattamento dell'epatocarcinoma, con risultati
contrastanti. Studi condotti allo scopo di verificare il motivo
di queste discrepanze nei risultati terapeutici hanno permesso di
identificare varianti del recettore per gli estrogeni (51), caratterizzati
da una delezione di 140 basi a livello del dominio codificante per
il sito di legame con gli estrogeni, e da una conseguente ridotta
affinità di legame. Nella mammella la presenza della variante
del recettore per gli estrogeni si associa ad un più elevato
rischio di sviluppare la neoplasia e ad una scarsa risposta del
tumore stesso al trattamento anti-ormonale. Nel fegato (12) è
stata riscontrata una prevalenza del recettore mutato più
elevata nei maschi rispetto alle femmine e nei soggetti con infezione
da HBV rispetto a quelli anti-HCV positivi. Tale distribuzione è
simile sia nello stadio precoce della malattia epatica (epatite
cronica) sia nelle cellule displastiche e nell'epatocarcinoma. Ciò
suggerisce che l'alterazione dei recettori per gli estrogeni possa
favorire una proliferazione cellulare incontrollata e quindi contribuire
all'epatocarcinogenesi, soprattutto nel sesso maschile e nei soggetti
con infezione da HBV.
In uno studio condotto su pazienti con epatopatia cronica da HCV
sottoposti a resezione epatica per comparsa di un piccolo epatocarcinoma
è stato valutato l'impatto di una pregressa esposizione all'infezione
da HBV (positività per anti-HBc) sulle caratteristiche dell'epatopatia
e della neoplasia (52). Nei pazienti anti-HBc positivi è
stata rilevata una minor prevalenza di cirrosi (p=0.023), una minor
frequenza di epatocarcinomi ben differenziati (p=0.021) ed una sopravvivenza
meno lunga (p=0.022) rispetto a quanto osservato nei soggetti anti-HBc
negativi. Questi dati suggeriscono che l'infezione (anche pregressa)
da HBV si associa ad una attività epatocarcinogenetica più
efficiente e ad una malattia neoplastica con comportamento più
aggressivo ed una prognosi più sfavorevole.
Prevenzione primaria secondaria e terziaria
Per prevenzione primaria si intende quella serie di iniziative
che in base alla conoscenza dei fattori di rischio per una determinata
malattia sono in grado di ridurne l'incidenza in soggetti sani.
Si tratta per lo più di vaccini e interventi sullo stile
di vita (dieta e fumo) e solo raramente di farmaci.
Per soggetti che sono già portatori di una condizione o malattia
predisponente e irreversibile la prevenzione secondaria fa
riferimento alla capacità di agire efficacemente non solo
sui fattori di rischio, ma anche farmacologicamente sulla base delle
evidenze degli studi clinici e sui diversi livelli di prova.
Per prevenzione terziaria si considera la possibilità
di prevenire la recidiva della malattia in malati che sono stati
già sottoposti ad un trattamento curativo.
Esistono diversi criteri per graduare la forza delle raccomandazioni
cliniche e in questo articolo abbiamo adottato lo schema italiano
sviluppato dal Centro per la Valutazione dell'Efficacia nell'Assistenza
Sanitaria (CeVEAS) e riportato dal "PNLG. Manuale Metodologico.
Come produrre, diffondere e aggiornare raccomandazioni per la pratica
clinica. ISS & ASSR, Roma 2002".
1. Prevenzione primaria. Essa consiste soprattutto nella
prevenzione dell'infezione cronica da HBV infatti la vaccinazione
di massa anti-epatite B si è dimostrata in grado di ridurre
l'incidenza di epatocarcinoma in una popolazione ad elevata endemia
di infezione da HBV come quella di Taiwan (Figura 3) (53)
(raccomandazione di forza A). Oltre che prevenire l'infezione
e la malattia da HBV in soggetti sani, la vaccinazione anti-epatite
B può limitare il rischio oncogenetico HBV correlato anche
in soggetti con epatopatia cronica da altra eziologia (ad esempio
nei pazienti con epatite cronica C). Non esistono però prove
ottenute da studi clinici che dimostrino la riduzione effettiva
del rischio di HCC indotta dalla vaccinazione anti epatite B . E'
altrettanto vero però che nessuno oggi si butterebbe dall'aereo
senza paracadute nonostante non ci siano studi clinici prospettici
controllati che ne dimostrino l'efficacia. Lo stesso discorso vale
per la raccomandazione di uno stile di vita personalizzato che limiti
il peso corporeo (57), miri a ridurre il rischio della steatosi
epatica e dell'accumulo di ferro (abolizione o riduzione dell'introduzione
alcolica) e del fumo. A tali raccomandazioni non possono essere
riconosciuti livelli di prova sostenibili sulla base della semplicistica
visione evidence based (esistono solo lavori retrospettivi e con
evidenze indirette), ma sono certamente credibili sul piano del
buon senso di chi ha una lunga esperienza di pratica clinica (raccomandazione
di forza B).
2. Prevenzione Secondaria. Essa consiste innanzitutto nel
trattamento antivirale con interferone alfa dell'epatite cronica
B,C e D. I dati ad oggi disponibili indicano che nei pazienti
che rispondono alla terapia e mantengono la risposta dopo sospensione
del trattamento (risposta sostenuta) è possibile bloccare
o ritardare significativamente l'evoluzione dell'epatite cronica
verso la cirrosi (54). La forza di tale raccomandazione è
quindi di grado A. I livelli di prova che la stessa terapia
è ancora in grado di bloccare l'evoluzione della cirrosi
verso l'epatocarcinoma nei malati in cui l'epatite cronica è
già evoluta in cirrosi sono più deboli (non ottenute
da studi clinici o da revisioni sistematiche di studi randomizzati).
Nei soggetti con epatite cronica virale che hanno già sviluppato
la cirrosi, il trattamento con interferone può ridurre l'attività
necroinfiammatoria e lo stimolo proliferativo. Per quanto riguarda
la cirrosi da HBV, è stato condotto uno studio EUROHEP su
pazienti HBeAg positivi seguiti per un periodo medio di 7 anni:
nei soggetti che erano andati incontro a remissione della malattia
(sieroconversione ad anti-HBe e normalizzazione delle transaminasi)
sia spontaneamente che dopo trattamento con IFN, l'incidenza di
HCC e la mortalità sono risultati significativamente inferiori
che nei soggetti con persistenza di malattia; in particolare nessuno
dei 27 pazienti con remissione dopo trattamento aveva avuto progressione
verso HCC e morte, mentre tali eventi si erano verificati in 3 dei
21 pazienti con remissione spontanea (Figura 4) (55).
La maggior parte degli studi pubblicati riguarda tuttavia pazienti
cirrotici trattati con interferone per l'epatite cronica C, e i
risultati ottenuti appaiono tra loro discordanti. Ciò suggerisce
l'ipotesi che l'interferone sia efficace nel ridurre il rischio
di HCC solo in un sottogruppo di pazienti con cirrosi e che tale
sottogruppo essendo rappresentato diversamente negli studi su singole
casistiche regionali abbia determinato la variabilità dei
risultati. Abbiamo valutato tale ipotesi in un ampio studio retrospettivo
condotto su 925 pazienti con cirrosi epatica compensata (Child-Pugh
A) provenienti da diverse aree geografiche (Italia e Argentina)
(45). Abbiamo individuato i principali fattori associati allo sviluppo
dell'HCC mediante un' analisi multivariata: il sesso (p=0.0001),
l'età (p=0.0001) e i segni di ipertensione portale (p=0.0003)
costituivano fattori predittivi significativi per lo sviluppo di
HCC. La necroinfiammazione (grading istologico) (p=0.1671) e i segni
di accumulo di ferro (p=0.2091) costituivano variabili borderline.
Abbiamo quindi confrontato i pazienti trattati con interferone e
i pazienti non trattati (seguiti contemporaneamente negli stessi
centri clinici) dopo matching per le suddette variabili e per gli
anni di malattia dalla prima diagnosi istologica di cirrosi. Complessivamente
abbiamo osservato un rischio relativo per lo sviluppo di HCC di
1.991 (p=0.0256) nei pazienti non trattati rispetto ai trattati.
Analizzando separatamente i pazienti con infezioni da HCV e HBV
(con o senza HDV, senza HCV), abbiamo riscontrato un rischio relativo
(non trattati verso trattati) significativamente superiore [RR=3.141,
p=0.0035] nei pazienti con infezione da HCV. Abbiamo analizzato
se si potevano evidenziare comportamenti diversi tra i pazienti
con HCV, precedentemente esposti all'infezione da HBV (anti-HBc
positivi) e i pazienti con HCV senza precedente esposizione ad HBV
(anti-HBc negativi). L'analisi statistica, stratificando per tale
variabile, non ha evidenziato un rischio relativo significativo
(RR=1,531, p=0.5117) nel gruppo anti-HCV positivo/anti-HBc positivo.
Nei pazienti anti-HCV positivi, ma anti-HBc negativi è stato
invece osservato un rischio relativo (non trattati rispetto a trattati)
altamente significativo (RR = 6.284, p=0.007). In conclusione il
trattamento con interferone può ridurre l'incidenza (o comunque
ritardare lo sviluppo) dell'HCC in soggetti con cirrosi da HCV senza
pregressa esposizione all'HBV. Nei soggetti con infezione da HBV
in corso o pregressa il trattamento con interferone deve essere
effettuato precocemente, prima che si sia instaurata la cirrosi.
Per verificare la correttezza di tale impostazione occorrerebbe
effettuare adeguati studi prospettico. In considerazione quindi
del fatto che i risultati indicativi di un impatto favorevole significativo
esistono, ma provengono da molti studi retrospettivi la forza di
questa raccomandazione terapeutica è di grado B. Mancano
invece i livelli di prova che gli antivirali non interferonici
(antivirali analoghi dei nucleosidi o nucleotidi) siano in grado
di produrre effetti simili all'interferone in quanto sono ancora
insufficienti le evidenze di studi a lungo termine nei pazienti
trattati. Esiste quindi una sostanziale incertezza a favore o contro
per questa raccomandazione (forza C).
3. Prevenzione Terziaria. Il trattamento dell'epatocarcinoma
mediante trapianto di fegato presenta una sostanziale capacità
curativa e ha un'elevata forza di raccomandazione con il minor rischio
di recidiva oggi possibile (raccomandazione di forza A).
La resezione segmentaria del fegato attuata secondo i criteri
di Milano (vedi altri capitoli di questa pubblicazione) è
supportata da studi clinici prospettici con livelli di prova convincenti
di tipo I, ma il livello di raccomandazione rimane di un grado inferiore
(forza B) a quella del trapianto in quanto la resezione va
attentamente considerata in accordo alle indicazioni della linee
guida suggerite nel capitolo specifico. L'ablazione di porzioni
anche rilevanti di parenchima epatico non elimina infatti il substrato
cancerogeno del fegato che già ha generato il tumore e anzi
lo sottopone a un nuovo potente stimolo rigenerativo a rischio di
precipitare nuove lesioni nel parenchima epatico residuo. Le ablazioni
del nodo neoplastico di tipo meno invasivo della resezione (Termoablazione,
alcolizzazione, etc.) riducono il rischio suddetto, ma hanno
anche un livello più basso di potenzialità di ablazione
radicale come dimostrano le verifiche anatomopatologiche di efficacia
ablativa nei fegati espiantati a malati trattati in precedenza con
queste procedure e successivamente sottoposti a trapianto di fegato.
Per tale raccomandazione esiste una sostanziale incertezza (forza
C) che dipende a nostro parere soprattutto dalla competenza
ed esperienza dell'operatore. Per quanto riguarda il trattamento
chemioterapico adiuvante preventivo della recidiva di epatocarcinoma
l'unica terapia che pare promettente è ancora la terapia
con interferone alfa anche se esiste una consistente incertezza
sulla raccomandazione (forza C, mancano prove convincenti di tipo
I e II ). L'esecuzione di ogni altra terapia (chemioterapia
di vario tipo) non è raccomandabile in quanto mancano le
prove ottenute da studi o basate sull'opinione di esperti autorevoli
o di comitati di esperti come indicato in Linee Guida o Consensus
Conference (forza D). Inoltre l'esecuzione di procedure o
terapie potenzialmente tossiche per il parenchima epatico
residuo è fortemente sconsigliata (forza E).
Nel soggetto con epatocarcinoma e cirrosi la sopravvivenza spontanea
e quella dopo trattamento sono condizionate non solo dalle caratteristiche
della neoplasia (biologia del tumore, estensione, interessamento
vascolare, presenza di metastasi), ma anche da quelle della cirrosi:
eziologia, persistenza di attività di malattia, entità
della riserva funzionale residua, entità dell'ipertensione
portale. Pertanto nell'impostazione delle scelte terapeutiche, e
conseguentemente dell'iter diagnostico propedeutico, occorre tenere
presente che la valutazione di tutti i fattori prognostici va calibrata
a livello del singolo paziente. Tale capacità fa parte del
repertorio esclusivo degli operatori più esperti ed è
acquisibile solo con anni di pratica medica e non può essere
certamente conseguita dalla semplice lettura di una linea guida
che serve come lo specchietto retrovisore per chi guidatore incerto
nella città sconosciuta cerca di evitare il tamponamento
o meglio scelte terapeutiche non adeguate e al di sotto dei livelli
essenziali dell'assistenza.
Ci pare quindi utile concludere il capitolo analizzando sinteticamente
gli obiettivi e le strategie dei diversi trattamenti dell'epatocarcinoma,
proposti negli altri capitoli al fine del progetto di cura e prevenzione
della recidiva nel singolo malato.
La personalizzazione della cura del malato per prevenire la
recidiva
L'epatocarcinoma associato a cirrosi insorge come complicanza della
malattia epatica cronica e ha caratteristiche di comportamento diverse
dalle altre neoplasie che insorgono su un organo sano. La sopravvivenza
del malato è influenzata significativamente dalla cirrosi
stessa e fortunatamente esiste almeno uno studio (58) che dimostra
che l'applicazione di criteri standardizzati per la diagnosi e stadiazione
dell'epatocarcinoma e la corretta selezione dei pazienti al trattamento,
secondo validati criteri di prognosi ha aumentato la sopravvivenza
dei pazienti con epatocarcinoma in modo significativo (90% a cinque
anni, 24). Il trattamento del carcinoma epatocellulare non può
perciò avere come obiettivo la semplice eliminazione fisica
della neoplasia, ma deve mirare principalmente al miglioramento
della sopravvivenza del paziente e al mantenimento di una accettabile
qualità di vita. Occorre infatti considerare che trattamenti
ablativi della neoplasia troppo aggressivi possono essere causa
di prematuro scompenso epatico e addirittura di prematura morte
del paziente, inoltre essi (ad eccezione del trapianto) non inducono
alcun miglioramento della cirrosi, che costituisce il principale
fattore di rischio per la comparsa di nuove lesioni neoplastiche.
Solo un approccio personalizzato e multimodale alla cura può
risultare utile al malato.
- Il primo quesito al quale bisogna rispondere nell'approccio terapeutico
al paziente con epatocarcinoma associato a cirrosi è quello
relativo alla sua eligibilità al trapianto di fegato. L'eligibilità
al trapianto è condizionata dallo stadio della neoplasia,
dall'età del paziente, dalla presenza di patologie concomitanti
e dal quadro clinico complessivo. Quando questi criteri sono rispettati,
la modalità con cui è stata effettuata la diagnosi
influenza l'esito del trapianto: infatti i soggetti in cui l'epatocarcinoma
è stato evidenziato nel corso del monitoraggio periodico
dell'epatopatia cronica presentano una prognosi più favorevole
rispetto ai pazienti con diagnosi occasionale di neoplasia e cirrosi.
Nei pazienti non eligibili al trapianto di fegato occorre considerare
le metodiche di trattamento alternative. E' indicato asportare chirurgicamente
o trattare con terapie ablative alternative la lesione neoplastica
quando ciò è possibile senza incidere negativamente
sulla funzionalità epatica residua e sull'ipertensione portale.
In alcuni casi è necessario combinare più metodiche
ablative oppure eseguire un approccio in diverse fasi con diversi
interventi terapeutici, in base alle caratteristiche della neoplasia,
alla riserva funzionale epatica e al tipo di risposta al trattamento.
Ad esempio nel caso di un singolo nodo di HCC si può inizialmente
intervenire con metodiche ablative (singole o combinate); tuttavia,
qualora si evidenzi una risposta terapeutica insoddisfacente o una
tendenza a rapida evoluzione della lesione, si può decidere
di resecare il nodulo (compatibilmente con la sede del nodo e con
il grado di compromissione funzionale epatica). Tale approccio multimodale
permette di ottimizzare l'intervento terapeutico nel singolo paziente,
bilanciandone i rischi in funzione dell'esigenza di radicalità
del trattamento, della diffusione e dell'aggressività della
neoplasia e dello stadio della concomitante cirrosi.
- Nei casi in cui non è possibile la terapia ablativa del
tumore è possibile eseguire tentativi di trattamenti "palliativi"
farmacologici, che mirano a "contenere" la crescita neoplastica,
ma ciò deve essere eseguito solo nell'ambito di studi clinici.
Opzioni terapeutiche
Trapianto
Rappresenta il trattamento di scelta, ove eseguibile, in quanto
permette di asportare la neoplasia e di sostituire il fegato cirrotico,
che costituisce la condizione predisponente alla neoplasia.
Trattamento ablativo
Fra le terapie ablative, l'alcolizzazione e la termoablazione consentono
un trattamento più selettivo sulla lesione nodulare con un
basso rischio di compromissione della funzionalità residua
epatica; la resezione chirurgica garantisce la migliore radicalità,
ma può presentare un maggior impatto sulla riserva funzionale
epatica ed inoltre induce una stimolazione della rigenerazione cellulare
che può aumentare il rischio di comparsa di nuove lesioni.
La resezione chirurgica trova indicazione in soggetti con neoplasia
molto circoscritta, in particolare se superficiale, e ottima riserva
funzionale epatica ed in quelli in cui prevale l'effetto "massa"
della neoplasia, soprattutto nei casi in cui la cirrosi sottostante
riconosce una causa non virale o comunque non più attiva
(ad esempio, cirrosi alcolica dopo sospensione dell'introduzione
di alcol): in tal caso infatti vi è un minor rischio di comparsa
di nuove lesioni neoplastiche. La chemioembolizzazione permette
una riduzione della massa neoplastica (sporadicamente la totale
ablazione), ma può essere gravata da rilevanti complicanze,
ad esempio l'insufficienza funzionale epatica acuta (soprattutto
se applicata con limitata selettività) e l'ascessualizzazione
della lesione trattata.
Trattamento farmacologico
Non sono attualmente disponibili farmaci che abbiano dimostrato
elevata efficacia. I classici farmaci antiblastici sono poco attivi
sull'HCC e presentano elevata tossicità epatica: nuovi farmaci
con minor tossicità epatica potrebbero essere utili nel trattamento
di lesioni a rapida evoluzione o con atteggiamento infiltrativo
in soggetti con buona riserva funzionale epatica. L'utilizzo dei
farmaci antiormonali come il tamoxifene ed il megestrolo ha prodotto
risultati contrastanti: esso potrebbe tuttavia essere ottimizzato
attraverso la caratterizzazione dei recettori per gli estrogeni
nel tessuto neoplastico. Studi prospettici in corso dovrebbero fornire
una indicazione più precisa in futuro, ma vi sono già
dati a favore di una efficacia del megestrolo nel ridurre la velocità
di crescita della neoplasia e nell'incrementare la sopravvivenza
in soggetti con recettori per gli estrogeni mutati (56). E' possibile
che farmaci inibitori dell'angiogenesi e farmaci che agiscono promuovendo
la differenziazione cellulare possano permettere un controllo della
neoplasia senza rilevanti effetti collaterali e tossici: mancano
tuttavia studi rilevanti in proposito. Infine il trattamento farmacologico
con interferone e farmaci antiormonali puo` trovare indicazione
dopo una terapia ablativa, allo scopo di ridurre il rischio o ritardare
la comparsa di nuove lesioni, migliorando quindi la sopravvivenza.
Anche in questo caso sono necessari studi clinici controllati che
ci permettano di porre indicazioni precise.
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